di Vito Vinci
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Mario Sironi nasce a Sassari nel 1885, secondo di sei figli.
La sua formazione avviene a Roma, dove, dopo la prematura morte del padre nel 1898, compie gli studi tecnici. È in questo periodo che inizia a disegnare.
Dopo aver abbandonato nel 1903 gli studi di ingegneria a causa di una crisi depressiva, si dedica all’arte per tutto il resto della sua vita.
Conosce Umberto Boccioni e Gino Severini per poi frequentare la cerchia di Giovanni Prini e lo studio di Giacomo Balla. Influenzato da quest’ultimo, si avvicina al divisionismo che interpreta senza incrinare la solidità delle forme.
A partire dal 1913, ispirato dalle opere di Boccioni, si avvicina al Futurismo che interpreta però alla luce della sua incessante ricerca volumetrica.
Nel 1914 partecipa alla “Libera Esposizione Internazionale Futurista” da Sprovieri a Roma e alla declamazione di Piedigrotta di Cangiullo.
Nel 1915 si trasferisce per breve tempo a Milano, dove collabora alla rivista “Gli Avvenimenti” ed entra nel nucleo dirigente del Futurismo.
Allo scoppio della guerra si arruola nel Battaglione Volontari Ciclisti e nel mese di dicembre firma il manifesto futurista L’orgoglio italiano.
È in prima linea fino al 1918, quando viene spostato all’Ufficio Propaganda, dove collabora con Bontempelli alla rivista di trincea “Il Montello”. Dal 1922 illustra mensilmente la copertina della rivista Gerarchia di Mussolini. Per tutto il periodo del regime, Sironi sarà il principale promotore, artefice e organizzatore dello stile fascista, anche nelle mostre.
Sempre nel1922 fonda il Novecento Italiano che aspira a una “moderna classicità”: una forma classica priva di pittoricismi ottocenteschi, filtrata attraverso una sintesi purista.
Nel 1931 è invitato con una sala personale alla I Quadriennale di Roma ma non ottiene premi. La sua pittura, del resto, intorno al 1929-30 abbandona il segno nitido della prima stagione novecentista e attraversa un periodo espressionista, caratterizzato da una approssimazione della figura e da una violenza della pennellata che disorienta la maggior parte dei critici. Lungo il decennio successivo si dedica infatti sempre più alla grande decorazione, trascurando il quadro da cavalletto, che considera ormai una forma insufficiente. È di questo periodo la pittura murale che per lui rappresenta un modo radicalmente diverso di pensare l’arte: un’arte che ridimensiona l’importanza del mercato e delle mostre, che stimola la committenza dello Stato e che sollecita gli artisti a misurarsi con temi alti e potenti.
Nel settembre 1943 Sironi aderisce alla Repubblica di Salò, seguendo con crescente angoscia l’evolversi degli eventi. Nel 1948 il suicidio della figlia porta l’artista a mutare nuovamente la sua pittura: alla potente energia costruttiva si sostituisce spesso uno sfaldarsi delle forme e un allentarsi della sintassi compositiva.
Nell’agosto 1961 è ricoverato in una clinica di Milano per una broncopolmonite. Muore pochi giorni dopo.
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